I tamburi di San Rocco. Dalla Scomunica di Cassano sullo Jonio alla pastorale del CEC. Di Oreste Montebello

Il 16 agosto per molti calabresi è un giorno importante. E’ il giorno di Santu Roccu. Rocco di Montpellier, pellegrino e taumaturgo francese, è il santo più invocato come protettore dalla peste, dei malati infettivi, degli invalidi. Patrono del mondo contadino, degli animali, protettore dalle grandi catastrofi come i terremoti e inoltre santo degli imprigionati, aspetto quest’ultimo molto delicato in Calabria. La festa richiama migliaia di fedeli e fa registrare il ritorno di numerosi emigrati nei paesi in cui il culto del santo è sentito e onorato con grandi tributi religiosi e civili.

La mia infanzia e parte dell’adolescenza è trascorsa con la festa di Santu Roccu, molto sentita in famiglia per via della devozione di mia nonna Francesca. La nonna abitava a Palmi, città nella provincia di Reggio Calabria dove il culto del Santo è sentissimo e il giorno di San Rocco è festa grande. Venivamo svegliati dal battere dei tamburi che accompagnavano l’uscita dei giganti. I giganti, due alte e grandi statue in cartapesta, pesanti circa un quintale, che vengono portate a spalla per le strade. Gli omini al loro interno si muovevano a suon di tamburo facendo roteare su se stesse le grandi figure di cartapesta. I due giganti vengono accompagnati dai tamburinari e dal palio. La coppia di giganti, una raffigurante una donna bianca di nome Mata ed un guerriero nero di nome Grifone, narrano la storia di una regina rapita da un re venuto dal mare, dalla Turchia. I due colossi di cartapesta, rappresentano e ricordano allegoricamente la conquista della libertà del popolo calabrese dai predoni saraceni e turchi, che per secoli devastarono la Calabria apportando ovunque lutti e rovine. Il battere dei tamburi e la sfilata dei giganti rappresentava l’inizio di una festa che avrebbe avuto il suo culmine con la processione del Santo per le vie del paese.

I richiami simbolici di questa giornata mi hanno sempre rapito. I giganti che con la loro danza contagiosa mi buttavano giù dal letto del ferragosto e poi la statua di San Rocco con il cane che porta il pane, la vara su cui veniva poggiata la statua con il suo colore verde smeraldo e i ricami in oro zecchino mi ha sempre ricordato il mare della costa viola in cui fin da piccolo mi immergevo con mio zio Totò. E poi gli spinati. Uomini penitenti che per voto indossavano una cappa di spine a torso nudo mentre le donne vestivano solamente una corona a ricordo di quella indossata da Gesù Cristo sulla Croce. E ricordo ancora dal vecchio carcere di piazza Amendola uscire i detenuti con le catene alle caviglie e le spalas (Cappe intrecciate di rami spinosi di ginestra selvatica) che straziavano le loro carni. Gli ex voto assumevano nella festa di san Rocco a Palmi un ruolo importante che non è ritrovabile, in tali proporzioni, negli altri culti della zona. Oltre al già citato corteo degli Spinati, sono forme di ex-voto della festa anche gli oggetti di metallo prezioso che formano il tesoro di San Rocco nonché gli ex-voto in cera. Oggetti modellati con forme di parti anatomiche che testimoniano gravi malattie superate oppure operazioni chirurgiche subite. Occhi, seni, pancreas, gambe, cervello, fegato, stomaco, reni e cuore. I bambinelli di cera come testimonianza della grazia concessa dal santo a chi non aveva più speranza di poter avere figli, ma anche ricordo di un passato dove la mortalità infantile affliggeva le popolazioni del sud Italia. Casette di cera per ringraziare dell’avvenuta costruzione di una casa o il libro a simboleggiare il conseguimento di un titolo di studio. Insomma il culto contaminato dalle credenze popolari e dalle tradizioni profane che per me, piccolo osservatore, erano e sono un ricordo nitido di quei giorni di festa.

La festa di San Rocco che si è svolta Gioiosa Jonica quest’anno, forse sarà l’ultima, diciamo così, auto organizzata. Infatti dopo la nota pastorale della Conferenza Episcopale Calabra del 4 settembre, tutti i mie ricordi e i suoni e i sapori potrebbero non essere più rinnovati. Con questo documento, la Curia prende posizione anche sulle manifestazioni religiose tanto care anche alle ‘ndrine ma anche ai fedeli onesti e legati alle tradizioni dei loro padri.
“La ‘ndrangheta è una struttura di peccato che stritola il debole e l’indifeso, calpesta la dignità della persona, intossica il corpo sociale”. A scriverlo sono i vescovi calabresi nel documento “Testimoniare la verità del Vangelo, nota pastorale sulla ‘ndrangheta”. Quattro capitoli che, come spiega monsignor Salvatore Nunnari presidente della Cec,“ Noi Vescovi calabresi non ci siamo impegnati a scrivere contro qualcuno, ma per annunciare la Verità eterna del Vangelo di Gesù Cristo. Una verità in una regione, quella calabrese, terra meravigliosa, che si trova dentro un vuoto che appare profondo. Un vuoto di certezze, di presenza, di fiducia, di impegno, un vuoto di fatti, che tocca le stesse Istituzioni, lacera il tessuto della politica, riduce la speranza dei giovani”.
Il documento prende spunto da quanto è accaduto nel corso del 2015 in Calabria durante alcune feste religiose nelle quali una processione con una statua della Madonna si è fermata davanti alla casa di un boss della ’ndrangheta per omaggiarlo: trenta secondi di sosta per simboleggiare l’inchino a Giuseppe Mazzagatti, 82enne già condannato all’ergastolo, adesso ai domiciliari per ragioni di salute. È accaduto il 2 luglio a Oppido Mamertina,  a San Procopio, piccolo centro aspromontano, durante la processione del Patrono la processione si sarebbe fermata davanti alla casa del boss settantenne Nicola Alvaro. Dall’abitazione sarebbe uscita la moglie dell’uomo detenuto da diversi anni e avrebbe versato il proprio obolo, prima che il corteo si rimettesse in movimento alla presenza di autorità civili e religiose. Il terzo episodio riguarda il comune di Scido, e in particolare la processione di San Biagio. In questo caso i dettagli sono top secret, ma tali da far decidere ai magistrati di aprire un ulteriore fascicolo Dda che potrebbe non essere l’ultimo. In questo senso la Procura sta continuato a ricevere segnalazioni dei comandanti di stazione dei carabinieri che “normalmente” scrivono delle relazioni che poi, a seconda dei casi, vengono semplicemente messe agli atti “interni” oppure trasmessi al Comando provinciale dell’Arma o alla Procura. Su questo Federico Cafiero de Raho, procuratore della Repubblica di Reggio Calabria è stato chiaro “Ogni episodio accaduto in uno qualsiasi dei comuni della provincia e segnalato dalle forze dell’ordine sarà verificato e valutato, si tratta di fatti gravi sui quali non intendiamo transigere”.

I vescovi calabresi non sono da meno e affermano nel loro documento che “La ‘ndrangheta è un fenomeno deleterio. Che ha infestato la nostra vita sociale ed è penetrato anche in certi scenari religiosi di alcune comunità ecclesiali locali”.
Una presa di posizione così netta, decisa e inequivocabile da parte della Curia Calabrese, diventa, in una terra come la Calabria, paragonabile ad una rivoluzione. Una rivoluzione che però non nasce dalla base ma viene calata dall’alto creando non pochi problemi ai parroci delle piccole comunità che spesso sono isolati in parrocchie di frontiera che quotidianamente affrontano le contraddizioni di una terra in cui è facile entrare in contatto con realtà corrotte dalla ‘ndrangheta.

Nelle nostre città e paesi i parroci si scontrano con “Una realtà criminale di dimensione globalizzata, che si pone come anti stato e anti – religione. Lo stravolgimento subito dalle devozioni e dalle pratiche di culto della Chiesa ha portato, a volte, alcune belle forme di pietà popolare a diventare autentiche manifestazioni di idolatria, mascherata di religiosità”.

Diventa facile per un parroco ed una comunità religiosa ritrovarsi ad avere il santo a cui si è devoti portato a spalla da criminali che con la loro presenza nelle processioni conquistano territorio e cooptano la benevolenza di chi è soggiogato per paura o ignoranza. Esistono però preti come don Giacomo Panizza, sotto scorta perché gestisce beni confiscati alla ‘ndrangheta a Lamezia Terme, in provincia di Catanzaro. Nelle case sottratte ai clan, il sacerdote fondatore della Comunità Progetto Sud, fa anche accoglienza ai rifugiati.

Don Panizza all’Avvenire dichiara che “Anche nella Chiesa ci sono stati sicuramente dei ritardi sui temi della mafia e della legalità. Molti documenti importanti, veri gioiellini, ma è mancata una Pastorale”. Anche se aggiunge che “ Molti preti hanno lavorato in silenzio. Senza di loro il nostro Sud sarebbe molto peggio”.

Le nette prese di posizioni arrivano anche dal vertice della Chiesa. Infatti il 21 giugno del 2014 Papa Francesco Bergoglio, durante la visita a Cassano Jonio, teatro della triste vicenda del piccolo Cocò Campolongo, il cui corpo è stato trovato arso sul seggiolino della sua auto dopo che qualcuno aveva ucciso lui, suo nonno Giuseppe Iannicelli e la ventisettenne marocchina Ibtissam Touss che era con loro, scomunica i mafiosi e condanna le violenze sui bambini.

“Chi fa parte della mafia – anche se non ha ricevuto una scomunica scritta – si pone automaticamente fuori dalla comunione ecclesiale”. Per questo, “Il mafioso, se non dimostra autentico pentimento, né volontà di uscire da una situazione di peccato, non può essere assolto sacramentalmente, tanto meno può rivestire uffici e compiti all’interno della comunità ecclesiale”. Ma basterà una nota della Conferenza Episcopale regionale a rimuovere le anomalie delle feste così radicate nel tessuto sociale della Calabria? Nel capo terzo del documento episcopale si rimarca e si delinea la trasversalità dell’azione della Chiesa la quale si affianca e sostiene l’opera dello stato e della magistratura ma mantiene la propria funzione di “Madre che accoglie nell’intimità del segreto confessionale e che mai, a costo perfino della vita, nessun ministro di Dio può tradire” e ancora “La Chiesa non è la magistratura e non è la polizia; neppure un tribunale civile, chiamato a distribuire patenti di mafiosità”. Il documento si sofferma inoltre sulla necessità che il ministero della Chiesa deve assolvere e specifica che “I poteri dello Stato dovranno legiferare e intervenire, attraverso la magistratura e le forze dell’ordine, ma dovranno trovare un terreno dissodato: coscienze preparate, ricche di senso civico e morale, acquisito attraverso il cammino formativo delle nuove generazioni”.

Un’azione congiunta fra Stato e Chiesa che dovrebbe rafforzare l’azione per combattere e isolare il fenomeno della ‘ndrangheta ancora, purtroppo ancora troppo presente e radicata nel tessuto sociale di questa Calabria non più propensa ad avallare atti di illegittimità mafiosa e comportamenti lesivi dei diritti dei cittadini. Se troppo spesso la Chiesa e lo Stato sono stati complici, oggi, partendo dalle manifestazioni religiose, la Conferenza Episcopale Calabrese si promuove come argine all’infiltrazione delle cosche nei luoghi della fede e nelle sue manifestazioni più plateali. Una scelta, quella della CEC, che deve preparare il terreno allo Stato il quale da parte sua non può e non deve essere presente solo con la militarizzazione del territorio ma capillarmente diffuso, perché dove è assente si genera l’anti-stato e si promuove la cultura delle ‘ndrine: omertà inossidabile e capacità contrattuale molta più alta dello stato di diritto. Inoltre, in una terra dove la dispersione scolastica al 2012 è pari al 17,2%, la disoccupazione giovanile è del 23,4% e il lavoro in nero è del 30,9% diventa difficile pensare che possa bastare preparare il terreno con un segno di croce più sentito e con una maggiore presenza militare. La Calabria fra una festa e l’altra ha bisogno di istruzione, di infrastrutture e trasparenza politica che avvicini sempre di più il cittadino allo stato piuttosto che al capo bastone. Ma la vera rivoluzione passa attraverso una presa di coscienza del calabrese che ha dalla sua caratteristiche uniche quali una terra stupenda, un senso dell’accoglienza innato e una forza interiore che ha fatto distinguere nel mondo quella parte buona di calabresi che per un motivo o per l’altro hanno dovuto migrare dalla propria terra.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...