Dormono sulla collina

Dormono sulla collina…36 donne, 3 bambini e 6 uomini. Accanto a loro altri migranti uomini e donne morti in situazioni tragiche. Suicidi e morti ammazzati. Uomini e donne attori della cronaca nera reggina, vittime e carnefici sepolti vicini agli ultimi arrivati. I reietti della società quelli che hanno sempre vissuto ai margini ora dormono sulla collina di Gallina (Rc). Distanti dalla città, i dimenticati dormono appoggiati in un pezzo di terra bruciata dal sole alle falde dell’Aspromonte.003# Dormono sulla collina n°6 e n° 10
L’amministrazione comunale di Reggio Calabria ha adibito a cimitero un’area nel piccolo cimitero di Armo, un frazione collinare della città, in cui già sono sepolti cittadini di varie religioni e provenienti da ogni dove. I corpi di questi migranti sono giunti domenica scorsa a Reggio Calabria a bordo di una nave della Marina Militare. Le salme sono state sepolte lungo cinque solchi, non hanno nomi ma numeri,  da numeri da 1 a 45. Mi dicono che le condizioni dei corpi, dopo il tragico annegamento nel Canale di Sicilia, non ha consentito il riconoscimento della maggior parte di loro.
004# Dormono sulla collina n°6 e n° 10Le agenzie stampa battono la notizia con le foto della cerimonia alla presenza del sindaco Falcomatà, del presidente della provincia di Reggio Calabria Giuseppe Raffa, l’arcivescovo di Reggio mons. Giuseppe Fiorini Morosini, i giornali e il grande circo mediatico. La preghiera viene recitata da Ahemed El Gendy, studente reggino/egiziano, figlio di un imam. Le dichiarazioni di ieri sono quelle rituali e scontate una fra tutte quella del presidente della Provincia di Reggio Calabria Giuseppe Raffa: “La tumulazione nel cimitero di Armo delle 47 salme di immigrati morti mentre fuggivano dall’Africa per raggiungere il nostro Paese e proseguire per altre regione dell’Europa, è un gesto di grande civiltà di una terra che tra fine ‘800 e la prima parte dello scorso secolo è stata segnata dall’emigrazione di massa. Un fenomeno che ancora oggi interessa centinaia di giovani costretti a lasciare Reggio e la Calabria per mettere a frutto la professionalità acquisita durante la formazione universitaria”.

Questa mattina il cimitero è pieno solo di chi porta un fiore sulla tomba di famiglia e qualche curioso che è venuto a curiosare e domandare del perché un fotografo è venuto a fare le foto il giorno dopo la cerimonia ufficiale. La gentilissima fioraia che mi accompagna fino al pezzo di terra dove sono stati messi a riposare i migranti, mi dice: “E’ strano che un di voi viene quando non ci sono i politici e i vescovi e le televisioni…” . Da un lato questa sua affermazione mi inorgoglisce dall’altro mi fa capire quanto sia poco importante la vita di questi uomini e queste donne per la stampa della breaking news . Un residente della zona mi confida che i corpi sono stati messi nella terra senza alcuna protezione e forse non sono stati sepolti molto in profondità. Aggiunge che sarebbe stato meglio che fossero affondati quei corpi nel Mediterraneo perché “ Così non è dignitoso”. Il mio interlocutore continua dicendo che questo nuovo spazio da anni è stato riservato dal comune a chi non ha nessuno e “Qui vengono abbandonati alla pioggia e al vento. Non ci sono recinzioni ne protezioni di nessun tipo. Chiunque può arrivare facilmente dalla strada e fare quel che gli pare”. Chissà se questi naufraghi sono stati seppelliti rispettando le tradizioni di origine. Se sono stati coricati su un fianco con lo sguardo verso oriente. Immagino di si. Il tempo per informarsi sul come c’è stato.
Mi avvicino all’uscita del cimitero e mentre mi accingo a salire in macchina mi vengono in mente le parole di un migrante del Ciad che conobbi sulla strada vicino al Cara di Isola Capo Rizzuto qualche settimana fa durante un blocco stradale sulla SS 106. 008# CARA Isola Capo Rizzuto Ss 106 - Blocco stradale ad opera dei residenti eritrei del CARA. Momento di tensioneMi parlava dei disagi che molti richiedenti asilo sono costretti a subire dopo aver presentato la richiesta dello status di rifugiato politico. Denuncia la mancata erogazione del pocket money da quattro mesi e con vergogna mi dice di essere stato costretto a litigare con altri migranti per poter accaparrarsi il cibo o le cinesine che hanno hai piedi. Non tutti hanno la sua fortuna. Molti che si trovano vicino a lui hanno le scarpe scompagnate e poi ci dice: “We live like slaves, here – continua in italiano – Non ho mai chiesto l’elemosina al mio paese e mi vergogno di chiederla davanti ai negozi, non lo mai fatto ma qui sono costretto dalle circostanze. Ogni mattina prendo il treno e vado fin dove posso arrivare con quei pochi soldi che ho in tasca. Arrivo in un paese grande, lontano da qui e chiedo dei soldi in un parcheggio. Non è semplice neanche lì. Ho dovuto litigare con altri, rumeni o bulgari, uomini come me che hanno fame e allora ci siamo messi d’accordo, il venerdì e il martedì ci sono loro ed io gli altri giorni. Per me va bene perché il venerdì lo passo in preghiera con i miei amici del Cara”.

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Le storie di queste terre lontane sono le storie quotidiane di molti di noi, I racconti di Batum o di Mohammed Khasro, di Carmelo o Cataldo, sono solo alcune delle storie che si sentono raccontare a Sud ma non sentiremo mai raccontare le storie del n° 38 e della signora n° 6 e di sua figlia n° 10.

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